Google+ Salvatore Gabrielli: Quel portone sgangherato.

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domenica 18 maggio 2014

Quel portone sgangherato.

Era inutile tentar di far piano, tutte le volte che inserivo la chiave e aprivo quel vecchio portone, partiva uno scricchiolio lungo e fastidioso.
Il rumore rimbalzava nella tromba delle scale, mi sa che si divertiva ad arrivare, gradino dopo gradino, fino all'ultimo piano di quel pallazzino.
Si era un palazzo come tanti altri, una costruzione abbastanza vecchiotta, ma ancora più che decente, le pareti esterne erano scurite dal tempo, i soli tre piani erano segnati da delle finestrelle tipiche di queste parti, insomma era una di quelle case costruite chissà quando, quando forse non c'era tanto bisogno di inutili fronzoli.
L'interno era ben tenuto, ma immancabilmente vecchio, le scale erano di un color giallognolo e la ringhiera aveva il passamano in legno, la vernice in molte parti era saltata via e non era proprio un bel vedere, ma ancora serviva al suo scopo.
Tra un piano e l'altro vi erano dei finestroni basculanti, i vetri erano crepati in molti punti, eppure stavano li e non cedevano al peso della vecchiaia, davano una luce abbastanza diffusa e grigia che metteva in risalto alcune piccole ragnatele negli angoli in alto, troppo in alto per delle braccia non più giovani, ma cosi come il resto non era uno spettacolo sgradevole, anzi, dava una sensazione di vissuto, certo non era palazzo reale.
Il portone si chiude e anche l'ultimo eco di rumore si è spento.
Quel palazzo non era bello, ma io ci tornavo sempre con amore, era il palazzo dove abitavano i miei genitori.
Si non era bello, ma per me era casa!

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